Attori Locali
Si parla di attori locali nellambito della promozione dello sviluppo locale (comunitario, municipale, intermunicipale). Sono i governi locali (municipi e/o associazioni di municipi), la societá civile organizzata (comitati di cittadini, organizzazioni sociali, ong, associazioni di produttori, ecc.) e rappresentanze decentrate del governo centrale. Generalmente si riuniscono, associano e organizzano in strutture territoriali (comitati, commissioni, ecc.) al fine di identificare, condividere e promuovere politiche per lo sviluppo (integrato, sostenibile e partecipato) del proprio territorio.
E la capacità dei municipi di eleggere liberamente le proprie autorità, per suffragio universale, diretto, libero e segreto, di poter creare le strutture amministrative coerentemente con la propria realtà, di possedere un patrimonio e la capacità di disporre e gestire le proprie risorse. É il diritto e la capacità effettiva dei municipi di regolare e amministrare, sotto la propria responsabilità e a favore delle popolazioni, le competenze municipali che la Costituzione e le leggi specifiche stabiliscono.
Il Bilancio Partecipativo (diventato famoso nel mondo per l´esperienza promossa a Porto Alegre in Brasile) è un processo fatto di assemblee e incontri in cui la popolazione decide come e dove investire i soldi del Comune sulla città. I conflitti diventano evidenti, aperti, trasparenti e, quindi, produttivi nel processo di costruzione della città e della società. L'impegno dell'Amministrazione Pubblica è quello di dare concretezza e visibilità di risultati alle proposte e alle indicazioni dei cittadini. Nascono progetti condivisi e studiati cooperativamente.
Negli spazi di concertazione cittadina, la popolazione, le ONG e i professionisti costruiscono insieme al Comune gli indirizzi per la pianificazione a medio e lungo termine, contribuendo a delineare l'immagine della città ideale vagheggiata dalla sintesi dei desideri dei suoi abitanti. Due i grandi strumenti di indirizzo che possono uscire da questa discussione: il Piano di Sviluppo Economico, che - puntando ad una crescita con distribuzione di reddito - valorizza molte idee nate all'interno della città informale, e il Piano Regolatore di Sviluppo Urbano e Ambientale.
Organo collegiale integrato da rappresentanti del governo nazionale (delegati territoriali) e da rappresentanti della società civile presieduta dal Sindaco e dal Consiglio Comunale che, dopo un processo di consultazioni, elabora ed esegue il Piano di Sviluppo Municipale.
Lo sviluppo (e il mercato) tende a produrre conflitti e tensioni sociali permanenti. L´orientamento costruttivo del conflitto tende invece a favorire equilibri sociali e politici così come la costruzione di regole o patti sociali ampi e duraturi. Se la gestione del conflitto non riesce ad evitare l´aggravarsi degli squilibri sociali e politici, e consolida situazioni di disuguaglianza, aumentano sensibilmente i costi e gli ostacoli ai processi costruttivi in atto.
Cooperazione Internazionale (allo Sviluppo)
Per "cooperazione internazionale" si intende l'insieme di operazioni di aiuto che qualcuno (ad esempio i paesi ricchi o i paesi industrializzati dell'OCSE) mette in atto nei confronti dei paesi definiti "in via di sviluppo". Questo tipo di cooperazione è intesa come "cooperazione allo sviluppo" o "cooperazione con i Paesi in via di sviluppo" o "aiuto pubblico ai PVS". La cooperazione internazionale nasce nel secondo dopoguerra e passa attraverso cinque fasi:
Prima fase, immediatamente dopo la II guerra mondiale, fino agli inizi degli anni cinquanta: la motivazione politico-ideale.
La fine della II guerra mondiale porta con sé la consapevolezza che l'umanità andava considerata nel suo complesso, come un tutto che richiedeva, di conseguenza, un governo globale dei conflitti e dei problemi. Segue anche una grande spinta "ideale" che si ispira alla possibilità di costruire un "nuovo" mondo. La nascita dell'ONU (1945), la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948, ed i successivi convenants del 1966) costituiscono la base dello strumento multilaterale della cooperazione. Su questa spinta nascono le agenzie dell'ONU (FAO, OMS, UNICEF, ecc.) che sottolineano l'aspetto ideale della cooperazione e si fondano su motivi di solidarietà, interdipendenza e coscienza più ampia del "bene comune" allargato a tutta l'umanità e non più riferito solo ai singoli popoli e alla loro semplice sommatoria. Tutti motivi che postulavano e postulano il superamento del concetto di stato-nazione come concetto di riferimento al fine di unapplicazione a livello mondiale dei principi della giustizia distributiva e legale.
Seconda fase, anni cinquanta: la motivazione politico-economica
Nel 1949 la cooperazione assume un nuovo aspetto. Il 20 gennaio del '49 il Presidente degli USA Truman tiene al Congresso un discorso fondamentale. Gli USA si pongono ad esempio per i paesi in "ritardo" nello sviluppo. E si autonominano "maestri" di sviluppo e quindi di cooperazione.
Terza fase, anni sessanta: la motivazione etico-sociale.
Negli anni sessanta si realizza per la maggior parte dei paesi coloniali il processo di decolonizzazione: è proprio nel 1960 che moltissimi paesi/colonie raggiungono l'indipendenza. E' anche il momento in cui le società civili del nord del mondo si fanno carico in maniera più incisiva del problema della cooperazione tra Paesi. Anche in Italia, a fronte della pressione della società civile, viene approvata una legge sulla cooperazione, nascono le prime organizzazioni non governative, esce la Populorum Progressio (1968). Vi è una forte tensione che viene appunto definita etico-sociale. Ad esempio, la Populorum Progressio definendo "lo sviluppo" come "nuovo nome della pace" riassume con chiarezza il paradigma concettuale che si va facendo strada e fonda il cosiddetto "dovere di solidarietà" motivato a sua volta dalla considerazione del "bene comune dell'umanità", di tutta l'umanità.
Quarta fase, dagli anni settanta: la cooperazione come marketing
"Le imprese americane dipendono sempre più dalle materie prime dei paesi sottosviluppati. Inoltre queste imprese hanno bisogno dei mercati dei paesi sottosviluppati. Da ultimo questi paesi offrono possibilità di investimenti produttivi per la tecnologia ed il capitale statunitense". Così si possono riassumere, con Collins e Lappè, le tre motivazioni dell'aiuto in favore dei paesi in via di sviluppo da parte degli USA. La cooperazione diventa uno degli strumenti di penetrazione e controllo dei mercati mondiali. Anche elaborazioni lodevoli, quali ad esempio il Rapporto Brandt (1980), vedono nella cooperazione una delle possibilità di aggiustare non solo le economie povere del Sud del Mondo, ma anche le economie in crisi del Nord del Mondo. In pratica, secondo questa tesi, i fondi per la cooperazione e lo sviluppo dovrebbero essere finalizzati all'export del Paese che aiuta.
Quinta fase, anni novanta: la cooperazione come sicurezza
"Cooperazione come sicurezza" è il titolo, il nuovo nome, dato alla cooperazione dallex ministro degli esteri italiano Gianni De Michelis. In una importantissima conferenza internazionale sullo sviluppo (Roma 17-19 ottobre 1991) si parla di assoluta necessità/obbligatorietà della cooperazione: la cooperazione è la forma nuova che può assumere la ricerca di sicurezza.
Cooperazione Decentrata (e ruolo delle Ong)
Per Cooperazione Decentrata o Decentralizzata (CD) sintende un "nuovo approccio", un "nuovo strumento" o una "nuova forma" della cooperazione allo sviluppo e dei rapporti internazionali tra i popoli.
La CD pone laccento sul nuovo ruolo degli Enti Locali e della società civile organizzata (associazioni, università, scuole, associazioni di categoria, settori privati, imprese, fondazioni..) per lo sviluppo di politiche di cooperazione, appunto, "decentralizzate" e riconosce uguale dignità e responsabilità alle comunità coinvolte al Sud come al Nord
Per il COSPE e le ONG promotrici del progetto VILLAGGIO GLOBALE, la Cooperazione Decentrata è concepita come cooperazione tra territori, come una collaborazione tra tutti quegli attori che sono, a vario titolo, attivi e significativi nei processi di sviluppo dei propri territori.
Si tratta di un processo complesso di cooperazione che sviluppa i propri obiettivi e le proprie procedure dintervento nella concertazione fra i soggetti più rappresentativi di aree diverse del mondo, basandosi sui "valori" territoriali, cioè sulle rispettive identità sociali, economiche e culturali e sulla promozione di processi di Sviluppo Integrato Autosostenibile e Democratico: Integrato, nel senso di pensare ed agire contemporaneamente a livello socio-economico, ecologico e culturale; Autosostenibile nel senso di basarsi prioritariamente sulle risorse naturali e umane locali; Democratico, nel senso di sviluppare processi di reale partecipazione cittadina.
Non si caratterizza, di conseguenza, come un modello di cooperazione neutrale, ma come una strategia fondata su di una chiara scelta di campo.In questo senso, la CD si presenta come uno strumento "sensibile al territorio" che avvia e produce un processo dove, ben oltre la logica di "aiuto", la conoscenza profonda dei territori di riferimento e losservazione diretta delle conseguenze di un sistema produttivo ed economico globale portano a pensare strategie e progetti centrati nei Paesi del Sud e del Nord, finalizzati ad agire contemporaneamente "su due fronti". Lanalisi e la comprensione dei processi in atto nei territori, lidentificazione degli attori significativi, istituzionali e non, delle politiche nazionali e locali vigenti sono condizione fondamentale per la promozione dei processi di CD.
Questa strategia di CD presuppone la costruzione di rapporti di lungo periodo allinterno dei quali le ragioni dello scambio risultano essere in continuo approfondimento e i singoli progetti si collocano come strumenti di costruzione di un percorso più ampio, fatto di scambi ed azioni concrete nei settori del buon governo, dei pubblici servizi e dello sviluppo economico.
La CD si propone di superare alcuni dei limiti della cooperazione tradizionale (sovrapposizione di flussi finanziari e di interventi, relazioni uno-ad-uno tra i soggetti coinvolti, separatezza degli obiettivi, scarsa sinergia, emarginazione dei soggetti minori), focalizzandosi su due concetti-chiave: la paritarietà e la reciprocità nei rapporti tra gli attori dei territori in dialogo e cooperazione. Costruire rapporti paritari significa pensare le relazioni e i lavori costituenti il partenariato tra due territori, considerando tutti i soggetti di un territorio come attori a pari diritto, chiamati a definire i contenuti e le modalità di attuazione dei processi di sviluppo. Puntare sulla reciprocità risulta essenziale per uscire dalla logica dellaiuto e massimizzare il valore aggiunto che i rapporti di cooperazione possono rappresentare anche per i soggetti del Nord. Ciò si realizza attraverso due stadi del processo di CD:
- primo stadio dello scambio reciproco di buone pratiche che rappresenta uno sviluppo alquanto "spontaneo" della costruzione di relazioni paritarie di partenariato;
- secondo stadio dellapprofondimento dei rapporti di scambio con i territori del Sud del mondo. E questo il momento proprio della CD che, unito ad una riflessione sulle conseguenze dei processi in corso su scala globale, dovrebbe portare a pensare nuove strategie e progetti centrati nel Nord del mondo e volti a modificare modelli consolidati di malgoverno, consumo, produzione e comunicazione.
Quale il ruolo delle Ong?
Le Ong, possono essere definite un soggetto precursore della CD. Prima ancora, infatti, che essa fosse riconosciuta al livello internazionale agivano, di fatto, secondo i principi della partecipazione, del partenariato, sostenendo i processi di democratizzazione.
Tuttavia, lapproccio alla CD richiede dei cambiamenti anche nei modi di operare di attori "tradizionali" della cooperazione come le Ong. Nella CD, infatti, le Ong, pur disponendo di una forte specializzazione tecnica e progettuale, non giocano più un ruolo di autosufficienza operativa fra il soggetto finanziatore e il soggetto beneficiario; ma sono elementi di un quadro composito che diviene tanto più efficiente e produttivo quanto più vasto e articolato è il panorama degli attori in campo. Inoltre la partecipazione delle Ong non è più una condizione necessaria all'accesso ai fondi della CD.
Ciononostante le Ong rivestono un ruolo fondamentale nei processi di CD, grazie ai legami e alla conoscenza dei territori nei Pvs, alla capacità di coordinamento, di formazione e supporto tecnico sia alle amministrazioni locali sia agli altri attori coinvolti.
In sintesi le Ong possono svolgere un ruolo importante, e in particolare:
Attualmente non esiste uninterpretazione univoca di CD. Riportiamo di seguito alcune definizioni di cooperazione decentrata:
Commissione Europea
Per la CE La CD è, innanzi tutto, "un altro modo di fare cooperazione che mira a mettere gli attori (in tutta la loro diversità) al centro del processo di cooperazione coinvolgendoli, sin dallinizio, in tutto il ciclo dellintervento, specificando i ruoli e le responsabilità di ciascuno, conformemente al principio di sussidiarietà".
Il Programma di rafforzamento della cooperazione decentrata per la Commissione Europea (Precod) individua cinque principi e tre assi di intervento principali che permetterebbero di distinguere la CD da un approccio di cooperazione classico.
Principi della CD:
L'obiettivo non è sostenere molti progetti isolati ma promuovere processi di dialogo e di messa in rete di iniziative tra i diversi attori, articolando gli interventi a diversi livelli (locale, regionale, nazionale).
La delega delle responsabilità di gestione, compresa quella finanziaria, agli attori coinvolti è un principio fondamentale della CD (principio di sussidiarietà). Nel concreto implica un cambiamento profondo dei ruoli e dei comportamenti delle agenzie centrali e anche dei partner del Nord come le Ong.
La durata è un elemento essenziale: è necessario del tempo per garantire una vera partecipazione, di qui la necessità di adattare l'approccio-progetto classico con tempi delimitati ad un modo di operare che favorisca il processo di scambio, la valutazione congiunta delle attività ....
Significa aiutare gli attori a nascere, ad organizzarsi, a formarsi, a costituire delle reti e dei partenariati tra loro e con gli attori pubblici. La CD intende, infatti, migliorare la capacità degli attori di farsi carico del proprio processo di sviluppo appoggiando così il consolidamento del sistema democratico e di governance locale.
Assi di intervento:
Ministero degli Affari Esteri
Nellambito delle Linee d'indirizzo e modalità attuative il MAE definisce la CD come: "L'azione di cooperazione allo sviluppo svolta dalle Autonomie locali italiane, singolarmente o in consorzio fra loro, anche con il concorso delle espressioni della società civile organizzata del territorio di relativa competenza amministrativa, attuata in rapporto di partenariato prioritariamente con omologhe istituzioni dei Pvs favorendo la partecipazione attiva delle diverse componenti rappresentative della società civile dei paesi partner nel processo decisionale finalizzato allo sviluppo sostenibile del loro territorio"
Il MAE specifica, inoltre, in maniera abbastanza dettagliata gli ambiti di intervento preferenziali della CD:
- il sostegno delle "policies" di decentramento politico e amministrativo,
- la promozione dei processi di democrazia partecipativa,
- il sostegno delle politiche di tutela delle fasce di popolazione a maggior rischio e delle minoranze,
- il sostegno delle politiche di tutela del patrimonio ambientale e culturale,
- la pianificazione e gestione dei servizi al territorio,
- la creazione di ambienti favorevoli alla crescita di forme associative di tipo cooperativistico e di micro, piccole e medie imprese,
Processo mediante il quale si trasferiscono potere, competenze e risorse dal Governo Centrale ad altre istituzioni dello stato più vicine alla popolazione e che posseggono autonomia amministrativa e legittimità proprie. É la forma di organizzazione amministrativa che, in termini generali, affida la realizzazione di alcune competenze ad organi che hanno con l´amministrazione centrale una relazione non gerarchica. É il trasferimento di funzioni, risorse e poteri da un ente centrale ad altro ente autonomo dello stato.
Trasferimento di alcune competenze o funzioni dal personale o dagli uffici del governo nazionale ad altre parti del territorio. Delega di parti delle funzioni, con assegnazione di risorse, ad altro organo dipendente dello stesso ente o istituzione centrale, essendo questultimo che si preserva il potere di decidere. Si riferisce ad un processo mediante il quale si produce una redistribuzione delle funzioni amministrative fra uffici dipendenti dall´organismo centrale che mantiene il potere decisionale finale.
É una forma di organizzazione amministrativa nella quale si conferiscono ad un organo autonomo, attraverso una legge, autonomia tecnica e amministrativa per svolgere una determinata competenza amministrativa. Le si assegna patrimonio proprio e personalità giuridica.
Trasferimento di competenze o servizi a livello subnazionale (regionale, dipartimentale/provinciale o municipale) che implica una particolare forma amministrativa statale rivolta a promuovere la democratizzazione e legittimazione delle decisioni avvicinando i servizi alla società civile.
Il termine globalizzazione si sta utilizzando frequentemente (e in diversi ambiti) per designare in forma generale una "forza" che agisce in diverse dimensioni, superiore alla volontá degli individui o dei gruppi locali. Forse il momento piú significativo di ció che chiamamo processo di globalizzazione é coinciso con le grandi navigazioni, con l´espansione dell´uomo europeo alle regioni piú distanti e sconosciute del mondo. Allo stesso modo i cambiamenti maggiormente rilevanti si legano agli ultimi due secoli: l´espansione del trasporto su rotaie, l´invenzione del telegrafo, i viaggi transcontinentali (per menzionarne alcuni) e che hanno avuto, nell´ultimo quarto del secolo XXI, unaccelerazione straordinaria. Basti pensare all´incremento vertiginoso dei flussi commerciali e finanziari accompagnati dalle profonde trasformazioni politiche ed economiche. Attualmente si osserva non solo un´integrazione globale, bensí uninterdipendenza che raggiunge quasi tutti gli aspetti della vita sociale: l´economia, la politica, l´ecologia, la comunicazione, finanche i saperi e i valori umani.
Globalizzazione è associato ad altri termini quali integrazione, modernità, postmodernità e mercato, fino a raggiungere un netto profilo economicista che, in certa misura, prevale sugli altri: é sinonimo di espansione dei mercati, del consumo globale, della moda, dei veloci flussi di comunicazione e delle nuove tecnologie dell´informazione. A questaccezione per molti occorrerebbe sostituirne un´altra, più completa, che chiama in causa anche fenomeni ambientali, sociali, demografici e a cui bisogna dare risposte globali. Ad esempio, per Held la globalizzazione è "l´espansione e il rafforzamento delle relazioni sociali e delle istituzioni attraverso lo spazio e il tempo, in maniera tale che le attività quotidiane risultano sempre più condizionate dai fatti che accadono in altri posti del mondo ma anche, per altri versi, le pratiche e le decisioni dei gruppi e delle comunità locali possono avere ripercussioni globali".
Non esiste consenso attorno al concetto o termine di "governance". Di seguito menzioniamo alcuni approcci:
Nel testo "La riforma delle Nazioni Unite - 1998" con il termine "governance" si fa riferimento ad un contesto nel quale il governo é in grado di svolgere i propri compiti e di esercitare autoritá nella misura in cui dispone di mezzi amministrativi, finanziari e sociali sufficienti (a differenza del concetto di governabilitá che richiama la necessitá, del governo, di avere un appoggio politico leggittimitá per adiempiere ai propri impegni. In altri termini governabilità allude alle condizioni politiche che permettono al governo - di negoziare i propri interessi).
Dal documento "Governance for Sustainable Human Development: A UNDP Policy document" la "governance" è definita come lesercizio dell´autoritá economica, politica e amministrativa di un paese, cioè come la gestione della complessitá delle relazioni sociali a tutti i livelli. Ció include i meccanismi, i processi e le istituzioni attraverso i quali i cittadini e i gruppi promuovono i loro interessi, esercitano la difesa dei loro diritti, affrontano i loro doveri e mediano rispetto alle loro differenze. Si afferma anche che la "governance" non é caratterizzata da strutture specifiche ma da una serie di procedure e pratiche che si distinguono dalle tradizionali forme di governo. Il termine governance, assume quindi la complessitá dei modelli e la pluralitá degli agenti pubblici e privati che partecipano ai processi decisionali. Quest´ultima accezione sorge agli inizi degli anni 80 in un contesto di "crisi di governabilitá" nel quale prende forza la spinta indirizzata a rafforzare l´universo delle interazioni fra stato e societá mediante la promozione di meccanismi "orizzontali" di coordinazione fra i molteplici agenti sociali.
Nel contesto della riforma delle istituzioni dellUnione Europea, Jérôme Vignon, funzionario della Commissione Europea - incaricato di redigere il Libro Bianco - afferma che la "governance" é "la governabilità più la fiducia". La legittimità democratica dei governanti, la partecipazione politica dei governati, la trasparenza nella gestione e larticolazione orizzontale degli interessi ai diversi livelli amministrativi e tra i differenti agenti economici e sociali sembrano le componenti fondamentali di questidea olistica di governo. Per "governance" si intende una tecnica o un metodo di governo (sviluppato) per dare risposta alla menzionata crisi di governabilità.
Per la Commissione Europea "cinque sono i principi alla base della buona governance e dei cambiamenti proposti nel Libro bianco: apertura, partecipazione, responsabilità, efficacia, coerenza. Ciascuno di essi è essenziale al fine dinstaurare una governance più democratica. Tali principi costituiscono il fondamento della democrazia e del principio di legalità degli Stati membri, ma si applicano a tutti i livelli di governo: globale, europeo, nazionale, regionale e locale. Tratto da "La Governance Europea Libro Bianco-2001"
"Buon governo" é la traduzione (o sinonimo) che alcuni preferiscono applicare al termine "governance". La Banca Mondiale lo ha adottato, così come il Fondo Monetario Internazionale, agli inizi degli anni 90, in relazione alla "condizionalità politica" posta ai PVS rispetto agli aiuti allo sviluppo. In questi casi si applica l´equazione buono/cattivo governo = qualità della "governance", livello della "governance".
Si valutano le istituzioni pubbliche di un paese: grado di democratizzazione, rispetto dei diritti umani, efficacia dell´amministrazione pubblica, controllo della corruzione, ecc.
La governabilità democratica é un risultato sistemico, é il prodotto dell´interazione tra istituzioni, politiche e regolazioni sociali per relazionare il mercato alla democrazia. Per determinare se esiste o meno governabilitá (in questo caso vista a vantaggio dello sviluppo) é importante prendere in considerazione tre ambiti:
La capacitá d´intervenire per ottenere risultati in termini di governabilitá fa riferimento alla produzione di processi regolatori che orientino questi stessi processi verso risultati positivi nei tre ambiti sopra menzionati. La produzione di "regole" democratiche per lo sviluppo é la capacitá di produrre politiche, istituzioni e integrazioni sociali in condizioni democratiche in grado di produrre rusultati positivi per lo sviluppo. Il risultato atteso é il miglioramento dello stato globale della governabilitá.
Il termine appare nel XIII secolo nella lingua francese come l´equivalente di governo per poi far riferimento al diritto (1478) e quindi ad un´accezione piú ampia di responsabilitá di governo (1679). Successivamente appare come concetto che si riferisce a due processi propri della scienza sociale anglosassone. Uno si riferisce alla definizione corporativa della gestione delle imprese e degli agglomerati (nel quadro delle politiche di privatizzazione e riforma dei servizi pubblici). Laltro, piú profondo e importante, avviene nel seno della "trilaterale" e teorizza le cause della "ingovernabilitá" nelle democrazie industriali del nord (1975). La crisi di governabilitá era dovuta ad un ecceso di domanda: l´incremento massivo delle rivendicazioni salariali (e sociali) diminuivano le capacitá di risposta dello stato. Le conseguenze sono state la repentina perdita di legittimitá dello stato e l´accumularsi delle frustrazioni e dei conflitti sociali, ora non piú "governabili" con gli strumenti di mediazione politica tradizionali. Per uscire dalla crisi (e riportare la "governabilitá") si ridisegnó il processo di accumulazione (economica) basato su un nuovo sistema politico (stato meno interventista e piú severo nella gestione del conflitto sociale). Nel corso degli anni il concetto fu adottato dalle organizzazioni multilaterali e poco a poco si é esteso alla cooperazione.
Questo termine si é cosí convertito in un insieme di prescrizioni in materia di gestione amministrativa e politica con l´obiettivo di omogeneizzare le societá in un insieme di norme standard funzionali all´economia globale "deregolata". Queste prescrizioni si sono introdotte nel quadro dei programmi di riforma economica e istituzionale. In merito a ció si possono menzionare tre approcci (tra loro in discussione):
Le organizzazioni multilaterali (BM, FMI, OCSE), nella prima generazione di politiche che promuovevano la governabilitá, consideravano che il "buon governo" e la buona governabilitá consistevano nell´applicare con successo le riforme economiche liberali in condizioni di stabilitá politica. Questi processi hanno comportato, peró, una scarsa o nulla capacitá di organizzare consensi ampi, hanno favorito burocrazie autonome e gruppi di interesse fuori controllo, istituzioni senza capacitá di "regolare" ed elaborare politiche ed alti indici di corruzione. Tali fenomeni, poi, produssero un basso riconoscimento del conflitto sociale. La democrazia si formalizzava in una politica meccanica e la sua legittimitá diminuiva presso la popolazione.
Gli scarsi risultati economici, la decomposizione sociale, politica e istituzionale, hanno generato critiche nel seno stesso delle organizzazioni multilaterali (UNDP, BM, BID). Apparve quindi un nuovo approccio della governabilitá, denominato neo-istituzionalista. Si riconosce il modello di mercato "deregolato" cosí come la globalizzazione, ma si insiste sulla necessitá di generare istituzioni "intelligenti", stati orientatori, capaci di promuovere nuove capacitá statali (gestione e direzione piú aperta e flessibile) e di coinvolgere la societá civile (partecipazione) per costruire nuovi contratti sociali (si parla di decentramento, di democrazie meno rigide e piú "adattate").
Nonostante ció, limpatto critico della "deregulation" per molti Paesi ha determinato il ripristino delle tesi "regolatrici". Questapproccio tende a recuperare la direzione politica e il controllo democratico sui processi di riforma economica e istituzionale. La sua sfida consiste nell´incontrare disegni istituzionali e "ancoraggi" territoriali e sociali necessari allesercizio della "regolazione democratica dello sviluppo". Ció condurrebbe a un tipo di governabilitá dove si costruiscono "nodi" di articolazione fra politiche, istituzioni e patti sociali per strutturare, e dare sostenibilitá, ai settori chiave dello sviluppo, rafforzando
l´ "entropia" delle societá per evitarne la frammentazione. Riconosce il conflitto cosí come le diversitá di alternative e le storie nazionali.
Sono gruppi di individui che manifestano maggiori difficoltà.. Nell´ambito della Sicurezza Alimentare, i gruppi vulnerabili, ad esempio, si definiscono per il loro grado di difficoltà di fronte all´accesso ai fattori di produzione e commercializzazione degli alimenti (proprietà della terra, credito, tecnologia, servizi alla produzione e commercializzazione) come all´accesso per l´acquisto di alimenti (occupazione e reddito, alimenti di base e indice proteico).
Interventi della comunità organizzata in un determinato territorio nella gestione e soluzione di temi di proprio interesse.
Documento normativo che coadiuva le decisioni da prendere e che orienta lo sviluppo sostenibile del municipio durante un tempo determinato.
Piano di Ordinamento Territoriale
É lo strumento che orienta e pianifica l´uso adeguato del territorio sia urbano sia rurale.
Dimensioni della povertà:
Non si è poveri solo perché si è all'interno di una di queste dimensioni, ma si è tanto più poveri se si sommano tutti gli elementi. Per intervenire nella lotta alla povertà, quindi, é necessario:
La povertà assoluta fa riferimento a uno standard di fabbisogno minimo, (2000 Kal è lo standard minimo). La povertà relativa fa riferimento alla posizione occupata dal singolo o dal gruppo allinterno della società di appartenenza o alle altre "porzioni" della stessa società. L'ultrapovero non riesce a garantire l'80% del fabbisogno minimo di calorie indicato dalla FAO, anche se utilizza l'80% del proprio reddito per il cibo. Una società è più ricca o meno ricca a seconda della percentuale di reddito che spende per il cibo: meno spende per il cibo e più una società è ricca, perché evidentemente chi spende l'80% delle proprie risorse solo per il cibo spende lì tutti i suoi beni. La soglia di povertà è stabilita da un dollaro al giorno per persona. É povero colui che ha un reddito pro capite annuo di 365 dollari, e si tratta di circa un miliardo di persone nel mondo. L' indice di povertà umana misura le deprivazioni dello sviluppo umano in tre dimensioni: la percentuale di popolazione con speranza di vita inferiore a 40 anni; la percentuale di adulti analfabeti; il fabbisogno economico complessivo in termine di percentuale di popolazione senza accesso ai servizi sanitari, all'acqua potabile, e la percentuale di bambini al di sotto dei cinque anni che sono sottopeso.
Riforma (Modernizzazione) dello Stato
(vedi Governabilità Democratica)
La sicurezza alimentare si dá quando il singolo o il gruppo, in tutti i momenti, ha accesso fisico ed economico agli alimenti sufficienti, sicuri e nutritivi per rispondere alle necessitá dietetiche e alle preferenze alimentari per vivere una vita attiva e salutare. La sicurezza alimentare é l´abilitá (o capacitá) della popolazione di produrre o comprare alimenti in forma sufficiente ed appropriata per poter condurre una vita salutare e, allo stesso tempo, assicurare e proteggere le risorse necessarie per sostenere i propri mezzi di vita.
Sviluppo / Sviluppo Sostenibile / Sviluppo Umano
I1 20 gennaio del 1949, uscendo dalla Casa Bianca Truman si reca al Congresso e tiene un discorso fondamentale: "Per gli Stati Uniti e per tutto l'Occidente uscito vincitore dalla Seconda Guerra Mondiale si apre una nuova frontiera". Questa nuova frontiera dell'Occidente e degli Stati Uniti in modo particolare, è propriamente quella di "operare per lo sviluppo". "Una maggiore produzione è la chiave del benessere e della pace". "Sono gli Stati Uniti ad emergere sulle altre nazioni per tecnica industriale e ricerca scientifica". "E' compito nostro e delle Nazioni occidentali operare mediante un programma di aiuto tecnico, che dovrebbe eliminare le sofferenze di questi popoli, con attività industriali ed un più alto standard di vita".
Da queste definizioni di Truman non ci si è allontanati moltissimo, ancora oggi si ritiene che sviluppo sia uguale a crescita economica e a ricchezza economica. Il fallimento di una concezione di sviluppo intesa solo come crescita economica è evidente nel fatto che lo sviluppo così concepito non ha comunque aumentato benessere e pace, oltre che nel danno provocato dal continuare a pensare che per sviluppo debba intendersi crescita economica.
Successivamente, la messa in crisi di questa teoria dello sviluppo dal punto di vista teorico ha comportato una prima significativa ridefinizione nel 1980 col famosissimo Rapporto Brandt, che definisce il concetto di nord-sud:"Se si affonda il sud del mondo affondiamo anche noi". Nasce così lidea dell'interdipendenza. Tuttavia nel 1990 la Banca Mondiale pubblica un rapporto sulla povertà nel quale per la prima volta ammette che lo sviluppo non sarà per tutti.
E dopo il Rapporto Brandt che si iniziano ad associare alla parola sviluppo altre parole che ne definiscono la qualità. Dobbiamo il concetto di sviluppo sostenibile alla Commissione Brundtland su ambiente e sviluppo del 1987. "Il futuro di noi tutti" prende per buono il concetto di interdipendenza e dice: "Si intende far si che lo sviluppo soddisfi i bisogni dell'attuale generazione, senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro". Questo significa che quando noi operiamo nei confronti del mondo, dobbiamo per un verso operare perché vengano soddisfatti i bisogni fondamentali delle persone ma senza ledere la possibilità di coloro che verranno di soddisfare essi stessi i propri bisogni.
"Lo sviluppo sostenibile, lungi dall'essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto un processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l'orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri, oltre che con quelli attuali". ....... "Il soddisfacimento dei bisogni essenziali esige non solo nuova crescita economica per nazioni che hanno la maggioranza di abitanti poveri, ma anche la garanzia che tali poveri abbiano la loro giusta parte delle risorse necessarie a sostenere tale crescita". (Conferenza Rio de Janeiro 1992)
Detto altrimenti, un paese può arricchirsi moltissimo ma non è detto che questa crescita economica venga equamente distribuita. Il problema non è dunque solo aumentare la ricchezza prodotta ma ridistribuirla.
Secondo l'ONU: "Una siffatta equità dovrebbe essere coadiuvata sia dai sistemi politici che assicurino l'effettiva partecipazione dei cittadini nel processo decisionale, sia dalla maggiore democrazia a livello di scelte internazionali". L'equità si ottiene solo aumentando il potere della gente, cioè la possibilità di partecipare in maniera democratica alle scelte della propria società e mediante una maggiore democrazia a livello internazionale. Il Rapporto Brundtland e il concetto di sviluppo sostenibile ha il suo centro cruciale nel summit sulla terra di Rio de Janeiro.
Successivamente, per una serie di dibattiti sui limiti del concetto di sviluppo sostenibile, è emerso il nuovo concetto di sviluppo umano. Esso è "il processo che permette alle persone di ampliare la propria gamma di scelte. Il reddito è una di queste scelte, ma non rappresenta la somma totale delle esperienze umane. La salute, l'istruzione, l'ambiente salubre, la libertà d'azione e di espressione sono fattori altrettanto importanti. Lo sviluppo umano di conseguenza non può essere promosso da una ricerca a senso unico della sola crescita economica. La quantità della crescita è fondamentale, ma altrettanto importante è la distribuzione della crescita, vale a dire, se le persone partecipano pienamente al processo di crescita".
Sviluppo Locale/Sviluppo comunitario
É una dimensione dello "sviluppo" (territoriale) che implica la promozione di spazi partecipativi (costituzione di strutture organizzate come i comitati di sviluppo comunitari e/o municipali) nei quali gli attori locali promuovono processi articolati a favore dello sviluppo integrato e sostenibile del proprio territorio: uno sviluppo che tenda a valorizzare le risorse e le forze endogene (identitá, cultura, economia, organizzazione sociale, potenzialitá del patrimonio naturale, ecc..) e coniugarle con le sfide imposte dalla globalizzazione. In questo modo si costituirebbe un nuovo paradigma dello sviluppo nel quale il complesso (globalizzazione) si articola dialetticamente con le specificitá del locale. Questo processo implica, altresí, uno sforzo permanente di negoziazione e/o concertazione tra il livello locale (municipio) e il livello centrale (stato).
Quando si parla di sviluppo comunitario si fa riferimento a processi promossi dallinsieme di persone di uno stesso gruppo (territoriale, etnico-culturale, ecc..) - che condividono pertanto senso dappartenenza e didentità - rivolti al miglioramento delle proprie condizioni di vita complessive.